05-novembre-670
Il cielo era nero come l’acqua del mare su cui proiettava la sua ombra cupa in un abbraccio di oscurità. Le nuvole avevano coperto la flebile luce di piccole stelle lontane, ma questo non mi impediva di scorgere in lontananza il profilo di Ratiporan.
Avevo da poco affondato la mia imbarcazione. In quel punto la corrente l’avrebbe trascinata verso pega, lontano dalle coste della grande isola. La gente era piuttosto diffidente riguardo a tutto ciò che proveniva dal Mare di Spès e non volevo certo creare panico fra quei villici. Mi aspettava una lunga nuotata, immerso in quell’acqua gelida, ma ero abbastanza vicino da riconoscere la baia di Nish.
Teoricamente arrivando da ola avrei dovuto evitare spiacevoli incontri con quei maledetti Blashiri. Non sopportavo il popolo del mare e la cosa era reciproca.
Mi ci vollero quasi due ore per raggiungere la spiaggia. Non ricordavo che nuotare fosse così faticoso. Il mantello infagottato e legato stretto alla mia cintura non facilitava i miei movimenti in acqua, ma non me ne sarei separato per nulla al mondo. Infatti, al suo interno portavo tutto ciò di cui avevo bisogno: i miei coltelli. Il resto me lo sarei procurato facilmente in seguito.
Ero bagnato fradicio e avrei dovuto accendere un falò per asciugarmi ma non volevo attirare su di me l’attenzione come uno sprovveduto. Soprattutto non avevo tempo. Ci avrebbe pensato il vento a sostituire il fuoco: dovevo attraversare le terre desolate e raggiungere la foresta di Someron prima dell’alba.
Era mattina quando riuscii a vedere le cime dei primi alberi. Il cielo plumbeo mi aveva concesso un po’ di vantaggio. Erano passati quasi tre anni ma non era cambiato nulla. I due abeti gemelli ancora troneggiavano di fronte a Someron indicandomi la strada. Mi feci largo fra le sterpaglie e con somma gioia mi accorsi che il mio vecchio rifugio era rimasto inviolato. Spostai a fatica la grossa pietra che ostruiva la caverna ed entrai con passo sicuro. La mia prima impressione era fondata. Nessuno a parte me aveva messo piede lì dentro dall’ultima volta, eccetto qualche stupido roditore che si era mangiato buona parte della coperta su cui dormivo.
“Hasht! Maledetti topi.”
Una lama sibilò nel buio, seguita da uno squittio stridulo. La colazione con contorno di piccola vendetta era assicurata. Dopo qualche minuto un tenue focherello crepitava all’interno della caverna, arrostendo il topo infilzato con un bastone. Consumai il pasto di fortuna e poi mi addormentai, mentre la fiamma pian piano moriva scemando in un filo di fumo.
Mi svegliai di soprassalto e senza rendermene conto avevo già un pugnale stretto nella mano destra. Era di nuovo notte ed ero nella mia vecchia tana.
Era ora di uscire e di far sapere a Jabanajd che ero tornato e pronto a rimettermi al lavoro. Mi diressi a tutta velocità verso la Grande Quercia, saettando fra gli alberi avvolto nel mio mantello come un fantasma nero, senza fare il minimo rumore.
Ben presto arrivai di fronte alla pianta che da centinaia di anni svettava maestosa al centro di Someron, dominando il paesaggio circostante. Con un gesto che ormai era diventato automatico, lanciai un coltello verso il tronco. La lama andò a conficcarsi al solito posto, a circa cinque metri di altezza, in compagnia di alcune dozzine di altre cicatrici provocate dallo stesso pugnale. Il tempo non era riuscito a cancellarle.
Adesso dovevo solo attendere, magari un po’ più del solito, visto che difficilmente Jabanajd si sarebbe aspettata di vedere ancora la mia arma a Ratiporan.
Decisi di ingannare il tempo andando un po’ a caccia. Volevo procurarmi del cibo decente, magari anche della frutta, prima dell’alba. La mia vecchia caverna mi stava aspettando e non volevo che qualche elfo intraprendente si accorgesse della mia presenza. Almeno non ancora.
Passò una settimana dal mio ritorno a Ratiporan, durante la quale mi dedicai alla caccia e alla meditazione. Volevo respirare l’aria di casa a piccoli sorsi ed essere pronto a tornare in azione in piena forma. Mogorav non sarebbe stato felice alla notizia della mia ricomparsa, ma era ancora troppo presto perché lui lo sapesse. Avevo bisogno di lavorare per procurarmi armi migliori, buoni incantesimi e la collaborazione di qualche stupido liud recalcitrante.
Era arrivato il momento di tornare alla Grande Quercia. Come sospettavo il pugnale era sparito. Non era facile stupire Jabanajd. Evidentemente non ci aveva messo molto a riprendersi dalla notizia del mio ritorno. Andai alla base della pianta e sollevai la solita pietra. Trovai un sacchetto con una decina di dane e il coltello, conficcato nel terreno, che trafiggeva una piccola pergamena. Rimisi l’arma nella fondina del mio mantello e lessi il messaggio:
Againar Datedor-nash.
Una città. La capitale per l’esattezza. E un nome. Non mi serviva altro.
La pergamena prese fuoco fra le mie mani; la lasciai cadere a terra, dove si consumò in pochi istanti. “Hasht! Tu e i tuoi trucchetti da megera” dissi sibilando fra i denti.
Adesso avevo un lavoro. Era giunto il momento di partire.
Era già notte quando arrivai alla capitale. Mi aggiravo fra i vicoli bui nei sobborghi della città, dove perfino le guardie avevano paura ad addentrarsi. Il tanfo era insopportabile e mi impediva la concentrazione. Quelle maledette strade erano tutte uguali ma avrei trovato comunque quello che cercavo. Finalmente, attirato più dalla confusione che dall’insegna sudicia e consunta, mi trovai di fronte alla mia bettola preferita. Aprii la porta e subito fui investito dall’odore di fumo, sudore e vomito: nonostante fossero passati tre anni, lì dentro il tempo pareva essersi fermato.
I quattro tavolacci di legno erano circondati da ubriachi e rozzi uomini che giocavano a carte, mentre al banco un paio di loschi figuri sorseggiava una bevanda di dubbio gusto. Nessuno si voltò verso la porta al mio ingresso, neppure l’oste che mi dava le spalle per asciugare i bicchieri con un lordo straccio di cotone.
“Non serviamo lishdi qui dentro” disse il bettoliere guardando nello specchio di fronte a sè, “tantomeno i Grigi come te. Quindi vattene ché non voglio problemi nel mio locale.”
In un primo momento rimasi immobile, poi feci un passo avanti e mi chiusi la porta alle spalle. Uno dei due ceffi al banco si alzò dallo sgabello e si voltò verso di me.
“Sei sordo, Grigio? Vattene. Non sei gradito qui” e posato il bicchiere estrasse un coltello dalla cintura.
Io, prima che avesse il tempo di rendersene conto, gli lanciai il mio pugnale, che dopo averlo disarmato andò a conficcarsi sul bordo della mensola di fronte all’oste, sibilando a pochi centimetri dal suo orecchio.
“Lijn!” esclamò sorpreso girandosi. “E’ impossibile. Tu sei morto!”
“E’ così che si accolgono i vecchi amici?” dissi avvicinandomi al banco, “e poi lo sai che odio quando mi chiami così.”
“Ma tu dovresti essere morto” ripeté l’oste con voce tremante.
“Allora sono un fantasma, Don” dissi levandomi il cappuccio, “oppure uno che gli somiglia parecchio.”
“En! Gran figlio di puttana!”
“Lui è En Nall?” chiese l’uomo disarmato all’oste, che fece un cenno affermativo con la testa.“Sei En Nall allora” disse poi rivolgendosi a me, mentre raccoglieva da terra il suo pugnale, “l’En Nall sulla cui testa pendeva una taglia di 200.000 dane? Ora capisco perché Mogorav non ha mai riscosso quei soldi.”
Con un rapido gesto gli afferrai il polso della mano armata e gli puntai il suo stesso coltello alla gola. “Vuoi forse contribuire ad accrescere la cifra? Fossi in te dimenticherei di avermi visto!”
L’uomo lasciò cadere il pugnale e si rimise a sedere.
“Lascialo stare En. Dugs è innocuo. Non è vero Dugs?”
“Vai a farti fottere Don!” e detto questo, raccolse nuovamente il coltello e lasciò contrariato il locale seguito dal suo compare.
Mi sedetti sullo sgabello che prima occupava Dugs, mentre Don mi osservava con insistenza.
“A giudicare dal nuovo ricamo che porti in faccia, non sono tutte stronzate quelle che racconta Mogorav.”
“Non sono qui per lui” dissi rimettendomi il cappuccio, “devo consegnare un as’n’aj.”
“Ti sei rimesso subito in affari. Chi è il fortunato?”
“Datedor-nash”
“Non lo conosco.” Ma la sua voce tradiva la menzogna.
“Dove sei stato tutto questo tempo?” mi chiese provando a cambiare discorso.
“Ho giocato una partita con la signora dalla lunga falce, ma alla fine ho vinto io. Ora dimmi tutto quello che sai su questo tipo, altrimenti ti spedisco a far visita ai tuoi dei.”
“Cosa ti fa pensare che io sappia qualcosa?”
“Andiamo, Don. Ci conosciamo da una vita. Qual è il problema?”
L’oste gettò lo straccio su una mensola e si avvicinò per sussurrarmi qualcosa all’orecchio: “Datedor non è pericoloso, ma la sua tenuta è circondata da guardie ben addestrate. Fossi in te starei molto attento. Ha una villa vicino al centro, ma spesso si trasferisce ad Abaisar per tenere d’occhio l’allevamento di cavalli della famiglia. E ricordati che noi due non ci siamo mai visti.”
“Grazie Don, lo sapevo che su di te potevo contare” dissi gettando una moneta sul banco. Prima che terminasse di rotolare ero già fuori, immerso nella notte.
Mancavo ormai da troppo tempo dalla capitale. I manifesti col mio ritratto erano spariti. Evidentemente la storia della mia morte aveva preso piede, ma non abbastanza visto che Mogorav non era stato pagato per la mia testa. In fondo l’avevo ancora sopra il collo.
Più mi avvicinavo al centro e più aumentavano le guardie in giro per i vicoli. Mi accostai a un mendicante addormentato e ubriaco, a giudicare dall’odore che emanava. Mi inginocchiai, afferrai una moneta e la sventolai di fronte a lui, mentre con l’altra mano lo scuotevo per destarlo. Il pezzente aprì gli occhi, spalancandoli alla vista dell’oro fra le mie dita.
“Chi sei, cosa vuoi?” mi chiese con la voce impastata dal sonno e dall’alcool.
“Chi sono preferiresti non saperlo” dissi sottovoce, “quello che voglio io, è sapere dove si trova la dimora di Datedor-nash. Tu invece vuoi questa moneta. Che ne dici?”
“Sei un Grigio!” esclamò guardandomi. “Per una dana venderei mia madre.”
“Non mi interessa tua madre. Sto perdendo il mio tempo.” E feci per alzarmi, ma lui mi afferrò per il mantello.
“Prosegui dritto, poi gira a sinistra alla seconda casa. La tenuta è quella con lo stemma del falco sopra la porta.”
Mi alzai scrollandomelo di dosso, poi gettai a terra la moneta, osservando con disprezzo lo straccione che strisciava per raccoglierla. Quando si voltò non vide che la notte di fronte a sè.
Come sospettavo la casa era ben sorvegliata: due guardie all’ingresso e due di ronda. Era arrivato il momento di provare l’incantesimo di invisibilità che mi aveva insegnato la vecchia Jabanshalla. Se non avesse funzionato avrei potuto sempre sopraffare le guardie. Per quanto ben addestrate non avrebbero avuto speranze coi miei pugnali.
Alzai la mano destra verso il cielo e concentrandomi pronunciai la formula.
Cercando di non fare rumore mi avvicinai alla porta senza che le guardie muovessero un dito. I lunghi mesi di addestramento speciale stavano dando i loro frutti. Presi il grimaldello e in pochi attimi ebbi ragione della serratura. Poi afferrai un sasso e lo lanciai verso il vicolo. Il rumore distrasse le guardie, lasciandomi il tempo di introdurmi nella magione avvolta dall’oscurità. All’apparenza era deserta, ma dovevo muovermi con cautela. L’incantesimo aveva una durata piuttosto limitata e non ero ancora in grado di ripeterlo senza un ragionevole periodo di riposo.
La camera da letto si trovava al piano superiore. La raggiunsi rapidamente, affidandomi a tutta la mia abilità furtiva per non essere sentito. Afferrai un paio di pugnali e mi introdussi nella stanza con passo felino. L’adrenalina scorreva a fiumi nelle mie vene, mentre il battito del mio cuore di ghiaccio rimaneva calmo come uno stagno.
Dovevo essere rapido e preciso, come ai vecchi tempi. Con un movimento fulmineo balzai in piedi, pugnali alla mano: il letto era deserto.
Un veloce giro delle stanze mi dette la conferma che il mio uomo non era in casa. Probabilmente sarei dovuto andarlo a cercare fino ad Abaisar nella regione di Endimion.
“Hasht! Perché allora tutte quelle sentinelle? Forse si aspetta un agguato. Se è così dovrò stare doppiamente in guardia.”
Dovevo andarmene. La situazione si stava facendo pericolosa, ma non volevo che questa spedizione restasse infruttuosa: sopra un armadio trovai un cofanetto chiuso.
Ci misi un attimo a violarlo. Al suo interno trovai molte dane, qualche anello, alcune pietre. Un bel premio di consolazione.
“Lo considero un anticipo.” Pensai facendomi scivolare tutto il contenuto all’interno di una tasca del mantello. Rimisi a posto il cofanetto e poi come un gatto scivolai fuori da una finestra, allontanandomi inghiottito dalla notte. Mi aspettava un lungo viaggio. Avrei dovuto attraversare l’altopiano di Nar e non avevo un minuto da perdere. Jabanajd non avrebbe tollerato un eccessivo ritardo.
Era notte, una notte senza luna e senza stelle. Il buio mi faceva compagnia mentre osservavo da lontano la tenuta di Datedor. Il viaggio era durato due giorni. Ero stato fortunato ad aver incontrato quel contadino ed essere riuscito a convincerlo a prestarmi il cavallo. Una vittima non prevista ma non avevo altra scelta. Quel dannato liud aveva cercato di reagire e inaspettatamente si era dimostrato un osso duro, ma a me serviva il suo cavallo. Alla fine non ero riuscito comunque ad avere un buon mezzo di trasporto. La bestia giaceva morta da qualche parte in un campo a metà strada fra l’altopiano e l’allevamento. Non aveva retto alla fatica, al freddo e forse al fatto che avrei dovuto fermarmi per consentirgli di bere o mangiare, ma non potevo perdere tempo per quello stupido animale. Al ritorno me ne sarei fatto regalare un altro dal mio amico Datedor, tanto lui non avrebbe più cavalcato.
Una robusta palizzata circondava la tenuta. Di fronte a me si trovava l’abitazione, mentre sul retro una grande stalla e un enorme recinto facevano da dimora a un gran numero di equini e almeno un paio di cani. Alcune guardie erano di ronda intorno alla proprietà, mentre due stavano di pattuglia in cima al viale d’ingresso e due alla porta. Ne avevo contate dodici in tutto. Un po’ troppe anche per un ricco allevatore. Non sapevo cosa aveva fatto e a chi. Francamente la cosa non mi interessava. Qualcuno aveva commissionato un as’n’aj a Jabanajd e lei aveva incaricato me di portare a termine la consegna. Tutto il resto non era affar mio. Quello che sapevo era che questa volta non avrei potuto usare l’incantesimo di invisibilità a causa del fiuto di quei maledetti cani.
As’n’aj significava lama nel buio e lama nel buio voleva dire che non potevo fare altre vittime. Il compito si dimostrava particolarmente arduo. Jabanajd era fortunata ad avere di nuovo me al suo servizio perché solo io avrei potuto portare a termine la missione.
Era arrivato il momento di entrare in azione.
Feci il giro della tenuta tenendomi sottovento rispetto ai cani. Una grossa roccia mi offriva il riparo necessario a fare ciò che dovevo con la giusta copertura. Avevo con me un’ampolla d’olio da lampade. Tolsi il tappo e infilai all’interno una striscia di tessuto. In breve questa assorbì parte dell’olio. Dovevo fare presto. Da quel nascondiglio non si sarebbero accorti della mia presenza ma non potevo tenere una luce vicino a me ancora a lungo. Sfregai fra loro le lame di due pugnali provocando alcune scintille. Il tessuto prese fuoco e con un rapido gesto lanciai l’ampolla verso il tetto del maneggio. Prima ancora che atterrasse, mi portai dietro un cespuglio nei pressi della finestra della magione. Sapevo che le guardie al portone non si sarebbero mosse per alcun motivo. L’incendio, nonostante il freddo e l’umidità, divampò violento e si diffuse rapidamente, aiutato dalla paglia. Come previsto tutte le guardie a cavallo e il personale si diressero verso il fuoco. Ci misero un po’ a organnizzarsi per domare le fiamme, tempo più che sufficiente per forzare la finestra e introdurmi all’interno della villa.
Ero nell’atrio, nascosto nel buio di un angolo, quando un uomo scese trafelato dalle scale, tenendo in braccio una bambina e seguito da una donna. L’abbigliamento da notte indicava che avevano udito la confusione e svegliatisi stavano correndo per andare a verificare l’accaduto. Ignari della mia presenza si affacciarono a una delle finestre che davano sul retro per osservare le fiamme. La bambina tremava come una foglia e si stringeva forte al padre.
“DATEDOR-NASH!” gridai.
L’uomo sobbalzò colto alla sprovvista, poi si voltò seguito dalla donna.
“Ch.. ch.. chi sei tu, in nome di Rasnashim” disse l’uomo, cercando di scrutare il mio volto nascosto dal nero cappuccio.
“Sei stato condannato all’as’n’aj da Jabanajd. Morirai per mano di En Nall” dissi con voce tagliente che non tradiva emozione. Erano anni che non pronunciavo più quella formula. Le parole mi diedero una carica inaspettata. Dei rumori alla porta indicarono che le guardie avevano sentito e stavano per irrompere in casa.
L’uomo si separò a fatica dalla bimba, che aveva cominciato a piangere.
“Che significa questo?” chiese la donna rivolta al marito.
“Allontanati Sima. Prendi Tedora e vattene.”
“Vart! singhiozzò la bambina tendendo le braccia verso di lui.
“VATTENE!” urlò nuovamente Datedor-nash. In quel momento entrarono le guardie, trovandosi davanti quella scena straziante. Senza indugio estrassero le spade, ma l’uomo li fermò con un gesto della mano. Poi si rivolse a me. Ormai troppe volte i miei occhi avevano veduto quanto stava succedendo: “So chi sei” mi disse, “e so che lo fai per denaro. Dimmi la cifra e io ti offrirò dieci volte di più, ma abbi pietà per la mia vita. Ho una figlia, una moglie. Che ne sarà di loro senza di me?”
Patetico, assolutamente patetico. Gli occhi gonfi di lacrime della bimba mi osservavano da lontano, posandosi prima su di me, poi sul padre.
La lama saettò nel buio, colpendo l’uomo in pieno petto.
“Mi dispiace” dissi. Ma non era vero. Il mio cuore di ghiaccio non si era sciolto.
Che Rasnashim abbia per te la pietà che io non ho avuto.
Le guardie si gettarono su di me, ma ebbi la prontezza di pronunciare l’incantesimo. In un istante svanii di fronte ai loro occhi. Mentre le sentinelle si guardavano intorno basite e moglie e figlia correvano verso il corpo ormai senza vita del loro uomo, io passai per la porta aperta imboccando il viale.
Mi trovavo di fronte alla Grande Quercia. Spostai la pietra alla base della pianta, trovando un sacchetto contente un considerevole numero di dane: la mia ricompensa. Vicino, un pugnale che trafiggeva un’altra pergamena.
Un nome, una città. Non mi serviva altro.
FINE