Racconti da Ratiporan

Name: Popolo di Mu

Wednesday, September 06, 2006

In morte di Enhim - capitolo 3

Da sola. No, sola. Non del tutto. Sentiva le voci. Voci forti e vicine.

Doveva esser caduta; e doveva esser caduta male. Sentiva male al braccio, ma riuscì ad alzarsi lo stesso. Sembrava una stanza, tutta levigata in pietra. Col tatto le pareva di riconoscere delle incisioni sui muri. L’aria era umida, maleodorante. Faceva freddo: tanto, tanto freddo. Più sentiva freddo, più iniziava a capire; più iniziava a capire e più la bocca si apriva per gridare. Ma non poteva gridare.

Era troppo terrorizzata per farlo.

Era sepolta. Sepolta viva. In una tomba.

Iniziò a capire cosa doveva esser successo. Il sacerdote doveva averla afferrata con forza, e gettata lì dentro. Per cosa? Salvarla? No, no, gli Umani non salvano gli Elfi.

Si appiattì contro un muro –una lapide? C’è un morto, qui di fianco?- e cercò di respirare piano, silenziosamente, per non farsi sentire, mentre iniziavano a colarle delle lacrime di paura.

Sentiva delle voci, voci confuse, concitate, risa. Qualche volta, anche dei passi sopra la sua testa. Bambini correvano in tondo e cantavano, in quel tono che solo i bambini sanno fare così bene, “Elfa? Elfa? Dai esci che vogliamo giocare. Vogliamo giocare con te. Elfa?”.

Voci di uomini, strillare di donne, “Dov’è l’Elfa?” “E’ fuggita” “Come è fuggita?” “Io non l’ho vista fuggire” “Era qui, era qui!” “Questa poi!” “Nei cimiteri!” “Già, oggi i cimiteri e domani… Cosa? Vorranno anche portare armi, magari” “Stanno diventando sempre più arroganti” “Non è che vi siate sbagliati?” “Sentimi bene, giovanotto. Ho vissuto abbastanza a lungo da distinguere gli elfi dagli esseri umani” “Infatti era qua” “Lo sentite? Anche Padre Jolesh l’ha vista” “E dov’è, adesso, Padre?” “E’ andata via” “Come è andata via?” “Mi ha visto ed è scappata. Cosa dovevo fare? Sono vecchio, non potevo correrle dietro” “E’ già una fortuna che non le abbia fatto del male” “Ma ci pensate? Povero padre Jolesh” “Ma la prenderemo” “Una lezione ci vuole, per quegli elfi. Ecco cosa ci vuole”.

L’Elfa respirava ancora più piano, quasi rantolando. Cosa le era venuta in mente? E’ vietato per gli elfi andare ai cimiteri umani. E poi, l’avessero presa… Loro, gli umani, si sarebbero convinti che stava facendo della stregoneria, e poi…

Rumori di zoccoli. Forse due cavalli, forse tre. Grida, passi, e voci che si fanno sempre più lontani. Sempre più lontani. Sempre più lontani.

Silenzio.

Buio e silenzio paiono eternità racchiuse in istanti che osservano il nulla chiedendosi chi, e cosa, e perché, e cosa avverrà adesso. Non vedi, non senti, tranne il pensiero e le paure che ti assalgono come cavallette e parassiti dal passo e dal fiato gelido e freddo. Le gocce di sudore colano per la fronte, sulle ciglia, sulle labbra, per il corpo, soffiando brividi di morte; ed i morti paiono respirarti, mentre dormono a fianco e ti osservano da dietro lapidi e pietre sempre troppo poco spesse. Ti pare sentirli muoversi, il quel silenzio: di sentirli chiamare, di sentirli grattare contro la pietra. Sai che loro sono chiusi in una tomba, ma questo non aiuta. Perché tu sei nel nulla, e nel nulla non puoi scappare.

Senti solo quel grattare, quel muoversi e, sopra ogni suono, il tuo respiro, e sopra il tuo respiro solo il battito sempre più forte, sempre più forte del tuo cuore.

In morte di Enhim - capitolo 2

“Un’elfa, Padre, un’elfa nel cimitero”, gridavano due donne bussando contro una porta. Dall’altra parte, si sentirono rumori di passi, e qualcuno gridare “Vengo, vengo, che accade?”. Per tutta risposta, le donne continuarono a bussare contro la porta.

La prima si chiamava Belema, viso magro e fazzoletto scuro in testa. Era la figlia del vecchio Tulàn, il mugnaio, ed aveva gli stessi occhi piccoli e vibranti. La seconda era la vecchia Nirth: il nome era più lungo, ma nessuno ormai lo ricordava; forse neanche lei. Veniva al cimitero quasi ogni giorno, da cinque anni, da quando suo marito si era spento alla veneranda età di 85 anni.

“C’è un’elfa al cimitero, padre –disse Belema appena si aprì la porta mostrando un uomo alto e magro, quasi allampanato- cosa dobbiamo fare?”

“Cosa farà lì?” esclamò la vecchia Nirth di rimando, guardando preoccupata il sacerdote. “Ho sentito che gli elfi usano i cadaveri, che li usano per fare la loro… la loro magia”

“E’ vero, è vero! –disse Belama di rimando- hanno bisogno dei morti per la loro magia, l’ha detto anche mio nipote”.

Il sacerdote passò con lo sguardo dalle donne al cimitero. Gli occhi ostentavano una calma e una serenità troppo misurata, per non crederla fasulla.

“Dov’è?” chiese il sacerdote.

“Da quella parte, è là, padre Jolesh” esclamò la donna chiamata Belama.

“Molto bene. Entrate in casa, e aspettatemi qui”, disse il sacerdote.

“Non vorrà andare da solo? E’ pericoloso… Quella è un’elfa… Di certo una strega… Chissà cosa potrebbe farle quella Lij

Un velo di rabbia attraversò lo sguardo del sacerdote; ma un attimo soltanto. “Andate in casa, ho detto. Se davvero è una strega come dite, sarò più tranquillo a sapervi al sicuro”

Le donne annuirono e entrarono nella casa del sacerdote.

“Comunque, non si preoccupi, Padre Jolesh –aggiunse la vecchia Nirth- le guardie arriveranno tra poco”

“Speriamo facciano presto. Non voglio problemi, nel mio cimitero”, esclamò il sacerdote.

Le donne annuirono gravemente, e chiusero la porta.

Si chiamava Padre Jolernash, anche se tutti lo chiamavano Padre Jolesh. Alto, magro, e pallido come non prendesse mai abbastanza sole: l’aspetto più inquietante, per un sacerdote che si occupa di gestire il cimitero. Passò tra le tombe senza fare rumore, cercando di raggiungere il luogo che gli era stato indicato e guardando, in continuazione, verso la strada. Si sentivano delle voci, ed erano voci di festa. Ma Padre Jolernash non si lasciava ingannare: sapeva che tipo di festa sarebbe stata.

l’Elfa era lì. Inginocchiata, di fronte una tomba. Forse a piangere. Forse a pregare. Era giovane, poco più di una bambina. Sporca, vestita di stracci, ma nonostante tutto lo squallore non riusciva a nascondere la sua bellezza di Elfa. Elfa, con quel contegno irreale e impenetrabile di cui solo gli Elfi sono capaci, e per il quale sono così bravi a farsi detestare.

Dalla strada si sentivano già delle voci. Voci di vecchi, voci di donne, voci di bambini. I bambini sono i peggiori; visi di carnefici travestiti da innocenti. Il sacerdote cercò di scorgere se c’erano almeno delle guardie a cavallo. Fossero arrivate, l’avrebbero arrestata: ma almeno l’avrebbero salvata dal linciaggio.

Non c’erano.

L’Elfa non si era mossa. Pareva trasognante, nemmeno si accorgeva della folla che si avvicinava. L’avrebbero uccisa, lo sapeva: uccisa come un animale.

Ci sono momenti in cui una nostra scelta può metterci in pericolo, ma cambiare anche tante cose. Sta a noi afferrarlo; sta a noi scegliere di agire, o scegliere di guardare altrove. Ci sono momenti, nella vita, in cui scegliamo se essere o non essere delle persone.

Padre Jolernash aveva già scelto. Guardò la strada; erano orribilmente vicini. Si voltò verso l’Elfa e, con rabbia, le afferrò un braccio. L’Elfa parse svegliarsi solo in quel istante, fece per gridare ma non riuscì a lanciare alcun suono. Le parve che tutto si stesse facendo buio, e confuso. E senza neppure capire cosa stava accadendo, si ritrovò al buio, da sola.


In morte di Enhim - capitolo 1

Un’elfa, un’elfa, al cimitero umano.

Se lo dicevano i mendicanti, lo ripetevano i mercanti, e qualche donna onorata si metteva le mani davanti la bocca, per fingere lo sgomento che ci si aspettava.

Il chiacchiericcio della gente è, spesso, di una ferocia inaudita. Dal cimitero alla strada, e dalla strada alla piazza, lo si sentiva mormorare ovunque.

“Un’elfa è stata vista all’interno del cimitero”.

Le massaie lo mormoravano alle amiche, ed i bambini correvano nudi, ridendo e gridando di voler anche loro andarla a vedere.

I bambini raccoglievano sassi, lungo il cammino.

Gli Elfi si barricarono in casa. Non contava se fosse vero o meno: di certo alcuni ragazzi si stavano unendo per andare nel ghetto con sassi e bastoni. Gli elfi, asserragliati nel ghetto, dal portone potevano sentire già gridare “Questi Elfi dovranno imparare a stare al loro posto”.

Barricarsi era l’unica cosa da fare, anche se poi subito c’è chi la prendeva come scusa, e additare di nuovo l’accusa: se non sono colpevoli, si sentiva gridare, perché si nascondono?

Molte guardie erano corse per correre ai ripari. Non si voleva, come il mese scorso, innescare una nuova caccia all’Elfo, non si volevano spargimenti di sangue. Tre guardie a cavallo erano già dirette al cimitero, per verificare e, al limite, arrestare l’Elfa disobbediente, mentre le altre si premunirono di chiudere il ghetto e proteggerlo dalla folla.

“Elfi –sbottò una guardia, sputando per terra- fino a quanto continueranno a infastidirci?”.

A tutti era capitato di arrestare dei criminali; solo di rado erano elfi. Ma almeno, con i criminali non si perdeva tempo a proteggerli.

Il gruppo di chi voleva fare irruzione era di circa una decina di ragazzi, la metà dei quali era stata più volte ospitata nelle celle per rissa e atteggiamenti violenti. Due di loro fecero finta di lanciare sassi contro le guardie, gridarono “amici degli elfi”, poi si allontanarono cantando a squarciagola come dopo una vittoria. La caccia all’elfo, nel ghetto, era finita. Ma le guardie sapevano dove i ragazzi stavano andando.

Nel cimitero.

Sunday, August 13, 2006

Il Visitatore

Zun-nash iniziò per primo la danza. Aveva il corpo dipinto di rosso e solo un gonnello di foglie di palma copriva le sue pudenda agli occhi degli altri sacerdoti. Lui era quello più anziano e aveva il diritto di iniziare il ballo.

Il fuoco sacro crepitava nella notte stellata e una brezza dolce giungeva dal mare non troppo distante. Per decisione unanime dell’Accolita di Rasnashim, ogni celebrazione della mezza estate doveva avvenire in luoghi nascosti affinché i bambini degli Umani non si spaventassero e i boschi di Mu non corressero il rischio di essere incendiati.

Le fiamme lambivano il nero profondo che occupava lo spazio tra le stelle mentre Zun-nash aumentava il ritmo del movimento delle sue gambe. L’infuso di Shakot[1] stava già dando i suoi primi effetti e gli occhi del vecchio erano riversi a guardare le creature del Fuoco Primordiale che apparivano una dopo l’altra nella sua mente. I sacerdoti che lo seguirono subito in quel ballo non le vedevano perché l’infuso era riservato solo al più anziano, mentre a loro competeva la fiduciosa sottomissione alle sue indicazioni.

Il Visitatore, come era stato chiamato quell’uomo ritrovato tra le mangrovie di San-Someron[2], se ne stava ai margini del cerchio sacro nel quale potevano porre piede solo gli iniziati alla Danza del Fuoco. Tra la battigia e gli alberi del bosco, i suoi occhi spaventati non si staccavano dalla spasmodica danza di Zun-nash.

Una schiuma bianca uscì dalla bocca del sacerdote e quando gli altri se ne accorsero gli si avvicinarono per ballargli appresso, pronti a sorreggerlo nel momento in cui fosse crollato, sopraffatto dalla visione delle sacre creature e dall’estasi. Il momento era ormai vicino e, in effetti, nel giro di un minuto cadde sulle ginocchia. La danza si fermò, i tamburi cessarono il loro ritmo penetrante e tre uomini alzarono in alto l’anziano sacerdote.

La luce del sacro fuoco illuminava di bagliori rossastri i loro volti. Essi urlarono al fuoco. Il Visitatore tremava, stretto tra le proprie braccia quasi a volersi difendere da ciò che stava accadendo. Aveva molto freddo, nonostante giungessero folate calde dalle vicine fiamme. Cos’era successo a quel vecchio? Era una specie di danza tribale, questo lo capiva chiaramente ma tutto il resto gli rimaneva oscuro.

I sacerdoti cominciarono a ripetere una nenia mentre correvano attorno al fuoco sacro con il corpo svenuto di Zun-nash alzato verso il cielo. «Zun-nashom adder limoh![3] Zun-nashom adder limoh! Zun-nashom adder limoh!» Il loro urlo rituale si fece sempre più rapido, al pari del passo dei tre sacerdoti che sostenevano l’anziano nella loro corsa. Infine tutto si calmò. Ogni uomo rimase in piedi a guardare assorto le fiamme sacre. Come se si trattasse di vecchia stoppia da eliminare, i sacerdoti gettarono l’anziano tra le braccia del fuoco sacro.

L’uomo si contorse non appena cadde al centro del colossale falò e istintivamente il Visitatore si ritrasse verso il bosco, incapace di alzarsi in piedi. Lo sconcerto che lo aveva assalito a quella veduta lo fece vomitare e si mise a piangere: «Ma cosa…» ebbe appena la forza di dire spaventandosi persino del tono scioccato della sua voce. Si preoccupò solo di allontanarsi a tutti i costi da quel gruppo di assassini. Avevano ucciso un vecchio gettandolo nel fuoco mentre era ancora vivo! Ora giungeva l’odore di carne bruciata. Quello era il momento giusto per fuggire, nessuno lo stava osservando perché tutti erano intenti a guardare le carni del vecchio annerirsi e friggere tra le ultime convulsioni.

Quando i sacerdoti si voltarono per andare a prendere il Visitatore, non lo trovarono più nel luogo in cui l’avevano lasciato. «Sciocchi, cercatelo!» disse il nuovo sacerdote anziano.

«Con calma, Pundra-nash», gli rispose un accolito. «Ci sarà tempo. Prima o poi lo ritroveremo».

* * * * *

Una pallida luce si diffuse sull’orizzonte del mare e le nubi che giungevano da Occidente si tinsero di rosa. Il Visitatore si era accoccolato tra le rocce di un promontorio isolato, poco distante dal lembo di foresta che aveva attraversato. I suoi piedi erano ancora fradici e l’abito gli si era incollato addosso come una pellicola appiccicosa.

Quando la sera precedente era fuggito si era meravigliato della sua agilità nel superare paludi e acquitrini nell’intrico delle radici volanti delle mangrovie, ma era giunto alla conclusione che la paura di fare la fine di quel vecchio gli aveva fatto scoprire forze insospettate.

Aveva 47 anni e ormai era passato il tempo in cui il suo fisico dava le migliori prestazioni. Anzi, da quando era diventato un religioso si era lasciato trascinare nel vortice delle preoccupazioni che le persone gli affidavano e la sua pancia si era ingrossata più di quanto desiderasse.

Giunto a un monticello pietroso prospicente il mare, il cui disegno era tagliato da fasci di cristalli colorati, si era dovuto fermare in preda a un leggero attacco d’asma. Si guardò dietro le spalle e in lontananza non vide che la linea scura degli alberi. La luce delle stelle non riusciva a illuminare il paesaggio, tuttavia un barlume grigio e frastagliato sciabordava ritmicamente ai piedi dell’altura sulla quale si mise a salire. Poi trovò una piccola insenatura che avrebbe potuto fare da rustico giaciglio e vi si sistemò, chiudendosi tra le braccia. Appoggiò la testa alle rocce e i suoi occhi si chiusero sotto il peso di una inarrestabile stanchezza.

Una volta sveglio se ne rimase a guardare la sottile falce di fuoco salire dalla linea dell’orizzonte. Il sole prometteva di essere in cielo in breve tempo e forse tutto sarebbe apparso nella sua vera luce, così da poter ritrovare quel che conosceva e di cui era sempre stato certo. Tentò di ricostruire il suo cammino, la sua mente riandò ai passi fatti da quando era uscito dalla sua abitazione: si era immerso nella recita delle sue preghiere senza badare se ci fosse qualche cosa di diverso rispetto al solito. Il sentiero era quello di sempre. Ma poi… poi era successo qualcosa. Per quanto tentasse di capire cosa, continuava a rimanere con un pugno di mosche.

Nulla, il buio.

Si era imbattuto in un gruppo di persone vestite in un modo strano che lo avevano guardato con sorpresa. Lui si era sentito offeso da quelle occhiate e aveva pensato di trovarsi tra i membri di una compagnia di saltimbanchi e di averli sorpresi nel bel mezzo di un affare losco. Erano quattro uomini e quello più alto gli aveva detto qualcosa. Non aveva capito le sue parole… nemmeno una. Una sorta di lingua del nord o forse dell’est. In breve i quattro avevano mostrato intenzioni bellicose nei suoi confronti e lui si era messo a scappare. Stava tornando verso la sua casa ma doveva aver sbagliato direzione perché, al posto di trovare i muri bianchi col tetto di larghe pietre tipico del suo paese, giunse alle porte di un villaggio che non riconobbe. Una volta accortosi che i quattro stavano arrivando aveva ripreso la sua fuga e infine si era infilato in un bosco. Piante strane, esotiche, mai viste a parte quelle che sembravano mangrovie… Il suo abito lungo gli rendeva difficile il passo ma in fin dei conti era riuscito a seminare gli inseguitori. Ormai si stava facendo sera. Ed era lì, mentre stava cercando di capire cosa fosse successo, che era stato trovato da quella tribù dipinta di rosso… gli assassini dell’anziano danzatore.

Il luogo in cui aveva dormito era elevato rispetto ai dintorni il che gli permetteva di scrutare il panorama. Oltre la foresta si ergeva l’azzurra sagoma aguzza di una grande montagna dalla cui cima si alzavano tenui fumi. La costa si incurvava in un’ampia linea lungo la quale cresceva la foresta dalla quale era sbucato. Una stradicciola, niente più che un sentiero, andava verso una penisola dove si potevano intravvedere delle strutture di legno o di pietra. Una foschia scintillante alla prima luce del mattino confondeva la veduta proprio in quel punto.

Si mise in cammino, intenzionato a ritrovare la via di casa sebbene fosse finito in un luogo totalmente alieno. Non aveva idea del posto in cui era: tutto appariva così diverso! Perfino l’aria aveva un odore differente e l’ossigeno gli entrava nei polmoni quasi bruciando. Dentro sentiva una grande solitudine e aveva tanta fame. Tuttavia, il timore di ricacciarsi tra le mani di quella gente lo spinse a ripescare energia da luoghi sconosciuti dentro di sé e si diresse di buona lena verso la sua meta.

* * * * *

«Che cosa ne pensi di quelle voci… sul Visitatore?» Màdiara si fermò per un attimo dal suo lavoro. Stava sgombrando il tavolo dal primo pasto della giornata e non appena la loro bambina, Ehona, si era allontanata verso la sua stanza, aveva approfittato per parlare con il marito.

«Non lo so, Màdiara. È uno strano soprannome che gli hanno messo e non lo capisco. Ma sembra sia fuggito». Serep era un uomo attempato in confronto alla giovane moglie, ma proprio per questo lei amava la profonda pacatezza che risaltava dalla sua voce calda e piana.

«Sì, fuggito da dove però? C’è chi dice che fosse nelle prigioni di Orozar. Gli hanno vista addosso la veste del carcerato».

«Se è così lo staranno cercando. E a giudicare dalla notizia che è giunta fin qui, pare proprio che le cose stiano in questo modo».

Màdiara riprese a sparecchiare e andò al catino dell’acqua calda immergendovi le scodelle. I suoi movimenti erano agitati. Serep lo notò e tentò di tranquillizzarla abbracciandola dalle spalle. Le baciò i capelli biondi e le disse: «Non ti preoccupare. Può darsi che sia del tutto innocuo…»

«Dobbiamo stare molto attenti che Ehona non esca di casa!» rispose lei con tono brusco.

«Credi che…» cominciò il marito, ma non terminò.

«Più che crederlo lo temo! Perché era in carcere? Sarà un Lij[4], un Grigio…»

«Non penso», la interruppe lui. «Non vestono a quel modo».

«Be’, allora ancora peggio», rispose la moglie alzando la voce, «sarà un Blaj!»

«Stai zitta!» la avvertì Serep. Guardò verso la stanza della figlia. «Non vorrai che ti senta!» Perfino lui, al solo pensiero che un Blaj potesse aggirarsi per la zona, rabbrividiva e gli veniva il desiderio di chiudersi in casa. Gli abitanti dell’isola avevano sempre guardato con terrore al mare e il fatto di vivere lì vicino non gli permetteva certo di essere molto sereno.

La moglie si girò verso di lui e lo guardò negli occhi. «Serep. Dobbiamo trovare una soluzione».

«Una soluzione per cosa?»

«Ti hanno mandato qui, in questo villaggio sperduto, solo perché sei Capitano Locale. Potresti rimettere il tuo mandato nelle mani del…»

«Starai scherzando, vero? Lo stipendio che mi dà questo lavoro ci permette di vivere più che bene».

«Certo, accanto a una città abbandonata e a pochi chilometri dal mare…»

«Ci sono io a proteggerti», le disse lui con un tono raddolcito.

Lei si guardò attorno e anche se pensava che il marito sarebbe stato all’altezza di un combattimento corpo a corpo con gli uomini più forti, non sapeva che cosa si poteva aspettare da un Blaj. Aveva sentito racconti tremendi riguardo ai Blashiri, anche se per lo più si trattava di leggende. Ormai era da molto tempo che non si vedeva un Puro camminare sul suolo dell’Impero. Puro! Che termine inappropriato per indicare i membri di quella razza spaventosa!

Quando alzò la testa si accorse che il marito era intento a guardare dietro le sue spalle, oltre la finestra. Seguì i suoi occhi assorti, fissi su qualcosa che aveva ghiacciato il suo volto. Màdiara si rese conto troppo tardi che Ehona era fuori casa e stava correndo verso un uomo con una lunga veste nera. Era riverso a terra e sembrava privo di coscienza. «Ehona, no!» urlò la madre e assieme al marito corse fuori di casa.

* * * * *

Il Visitatore mangiò tutto quello che gli misero davanti. Aveva una tale fame da non fermarsi a considerare se era solito ingerire certi animali o quelle piante… ma non faceva nulla. Era già svenuto e voleva rimanere in forze. Si sentiva ancora terrorizzato da quel che aveva visto lungo il mare: l’immagine del vecchio che veniva gettato tra le fiamme lo scombussolava tuttora.

Aveva di fronte un uomo, forse sui cinquant’anni, una donna molto più giovane e dall’espressione preoccupata e una bambina curiosa che ogni cinque minuti veniva rispedita nella sua camera. Probabilmente i due non volevano che sentisse quel che si stavano dicendo. Purtroppo per lui continuava a non capire nulla di quelle frasi.

«Nubeod ha’n lot-mur[5]» disse lei e quello che presumibilmente era il marito le lanciò un’occhiataccia e le rispose: «Jolasa ti rosoh tahbadi…[6]».

La donna si voltò verso di lui e lo guardò con disprezzo e le sue parole, sebbene incomprensibili, suonarono pregne di livore nei suoi confronti: «Pa rer ta ras![7]» Quindi si allontanò sdegnata inseguita dal marito.

Il Visitatore si osservò attorno. Era in una casa modesta. Avvicinandosi al villaggio le sue forze erano venute meno ma era stato raccolto da questa famiglia… Avevano mostrato per qualche minuto un minimo di umanità, anche se a sentire il tono delle loro voci pareva che gli eventi stessero tornando ostili verso di lui.

Com’era potuto succedere? Dov’era finito? Era una specie di realtà alternativa… un mondo parallelo nel quale era ricaduto per un disegno divino?

Dio, perché mi fai questo… perché mi fai questo?

Si alzò e fece un giro della stanza in cui si trovava mentre sentiva le voci dei due giungere agitate e forti. Era in una cucina, o forse una sala da pranzo. Meglio, entrambe. Non c’era sporcizia anche se l’aspetto gli diede l’impressione di trovarsi in una specie di passato… di tecnologia nemmeno l’ombra. Gli venne l’impulso di fuggire, di scappare da quella gente che per quanto ne sapeva lui poteva pure essere pericolosa. Tuttavia, continuava a dirsi che lo avevano raccolto e gli avevano dato da mangiare.

Improvvisamente le voci dei suoi soccorritori si fermarono e lui tese le orecchie. Stavano per tornare e gli parve di sentire delle parole: zun-nashom, o qualcosa del genere. Le conosceva, le aveva già sentite prima, erano le parole dette dagli assassini del vecchio prima che lo gettassero nel fuoco. Lo assalì di colpo il terrore che aveva allontanato con tanta fatica e prima che i due tornassero da lui si gettò verso l’uscita per scappare. Ancora a correre, fuggire da un orrore che lo tallonava come un predatore.

Si allontanò dal villaggio, cercò di andare distante da qualunque essere umano, ammesso che fossero esseri umani. Non era più sicuro nemmeno di quello. Gli sembravano solo mostri pronti a gettarlo in una fornace in cui le sue carni avrebbero sfrigolato, banchetto per un immondo dio.

Gesù, Gesù, dove sei?

* * * * *

Dopo un intero giorno di fuga ogni suo sforzo di ritrovare casa cominciò a sembrargli inutile. C’era un luogo in cui poter andare senza correre il rischio di essere scoperto, additato e minacciato? Poteva credere di trovare infine una strada da seguire senza incappare in qualche nemico? Stava ormai per gettare la spugna e lasciarsi andare a una rassegnazione disperata quando sentì per la prima volta in due giorni parole nella sua lingua. «Ehi», gli stava dicendo qualcuno mentre lui si riposava con la schiena appoggiata a un albero simile a un faggio, «tu sei il Visitatore…»

Fu una frase sussurrata, come soffiata quasi per timore di esser sentito da orecchie inopportune. Lui si girò per capire da dove venisse la voce e lì, accanto a un tronco poderoso, c’era un uomo che lo osservava. Aveva una veste lunga, grigia. Il Visitatore si sentì subito minacciato da quell’individuo che lo aveva scoperto ma quando gli parlò ancora in un limpido italiano gli venne naturale rilassarsi ed ebbe un moto naturale di simpatia verso di lui. Si alzò e gli andò incontro dicendogli: «Lei mi capisce? Lei mi capisce?»

«Certo, la capisco bene…» L’uomo lo osservò da capo a piedi e poi aggiunse: «Siete un sacerdote?»

«Sì, sono un prete… non so come ho fatto a trovarmi qui… ma forse casa non è lontana…»

«Venga con me. Mi segua», gli intimò l’altro. E il Visitatore si fidò di lui.

Lo condusse attraverso un tratto del bosco fino a quando non giunsero a una capanna di legno. Vi entrò e, forse per una necessità più che per reale fiducia, finalmente riuscì a rilassarsi. Sentì i muscoli delle spalle sciogliersi e un’improvvisa fitta di mal di testa dovuta alla tensione che scemava. L’atmosfera dentro quell’abitazione era satura di odori simili all’incenso, il che gli fece rinascere un forte desiderio di essere nel coro della sua chiesa dove si trovava ogni giorno a quell’ora, intento nelle sue preghiere. Prese la croce che aveva al collo e la guardò, la baciò grato che si stesse prospettando finalmente una soluzione a quella assurda situazione.

«Le ho preparato qualcosa da bere…» gli disse l’uomo, che gli porse una tazza con un liquido fumante. Sembrava tè. Il Visitatore inalò il buon profumo di una bevanda conosciuta e se ne inebriò totalmente. Bevve e osservò con curiosità quanto stava facendo il suo ospite.

Era intento ad accendere un fuoco che fece sviluppare bene mentre lui sorbiva lentamente la sua bevanda. Infine ne trasse delle braci che posò su un piatto di rame. Si rivolse a lui e gli disse: «Venga con me, andiamo a pregare assieme».

Il prete si sentì onorato da una simile proposta e immaginando che avesse di fronte un sacerdote di qualche setta new age, giunse alla conclusione di non aver remore a pregare in sua compagnia. Lo aveva salvato da una situazione che rischiava di farlo cadere nella pazzia e questo era più che sufficiente a chiudere un occhio. Per di più, una certa rilassatezza cominciava a pervaderlo e le barriere della sua mente si stavano allentando una dopo l’altra. Gli orrori vissuti il giorno prima si fecero sempre più lontani e si trasformarono fino ad assumere l’aspetto di sogni, di incubi… gli incubi si fanno di notte e presto il sacerdote si convinse che tutto quello non era mai successo.

Uscirono dalla capanna e si sedettero sull’erba in uno spiazzo illuminato dal sole. Il piatto con le braci posto in mezzo a loro, l’uomo dalla veste grigia cominciò a pregare con occhi e mani rivolti verso il cielo… Non parlava più italiano ma dalla sua bocca uscirono parole in quella lingua sconosciuta che il prete ormai aveva associato agli assassini… Era un assassino anche questa persona che si era mostrata con volto amico?

Sentì il forte desiderio di distendersi per trovarsi in una posizione più comoda. Nonostante l’allarme risuonasse nuovamente nella sua mente, star seduto cominciava a riuscirgli difficile e una specie di sonno o di dormiveglia lo spinse a mettersi supino sull’erba fresca e morbida. L’odore dell’incenso gettato sulle braci lo avvolse completamente, le sue spire si fecero intense e penetrarono in lui… il giorno si fece sempre più scuro e il sole cedette il posto alle stelle. Un vento fresco soppiantò la calura dominante e il Visitatore cominciò a tremare.

Si risvegliò che la notte aveva preso il sopravvento, una notte senza luna, buia, disorientante. Il prete si guardò attorno ancora sperso come lo era stato il giorno prima. Tutto d’un colpo gli tornò la paura intensa che lo aveva pervaso in precedenza ma non riusciva a muoversi o forse non voleva… cosa stava succedendo?

Sentì un lontano rullio di tamburi, tentò di rimanere sveglio ma non ci riuscì. Una sonnolenza violenta lo costrinse a chiudere gli occhi e la sua mente cadde in un pozzo profondo e nero dal quale giunse in cima a una collina. Dall’alto di quel promontorio sassoso poteva vedere il mare distendersi di fronte a lui nella sua immensità. C’era molta luce ma non poteva individuare il sole… forse era alle sue spalle. Le onde si infrangevano sulla costa a tratti sabbiosa oppure costellata di rovi.

L’acqua scintillava quando si gettava contro la battigia e il prete era lì a guardare con desiderio potente la superficie dell’acqua. Vide delle ombre muoversi in essa che si fecero sempre più definite fino a quando dal mare cominciarono a uscire decine di uomini, forse centinaia, come un esercito numeroso. Avevano la pelle di uno strano colore, pallida e con riflessi madreperlacei. Uscivano a ondate e si diffondevano ovunque e un grande timore nacque dentro di lui. Quelli non erano esseri umani… non erano esseri umani…

«Non sono esseri umani, non sono esseri umani». Il Visitatore era disteso su un lettino di frasche bagnate posto accanto a un gruppo di rocce. Pundra-nash gli accarezzò il volto mentre la schiuma cominciava a uscirgli dalla bocca.

«Cosa dice?» domandò il sacerdote al suo accolito. Questo aveva una veste grigia, lunga, e, al contrario di lui, conosceva la sua lingua.

«Dice che dal mare usciranno migliaia di Blashiri… Ci sarà un’invasione».

«Quest’uomo che hai evocato è potente, molto più di tutti gli altri. Da quale tempo viene?» L’accolito scosse la testa. Pundra-nash gli tastò il collo e infilò la mano sotto la veste nera. Sfilò fuori una catenina alla quale stava appeso un oggetto che aveva già visto altre volte. Due rami d’oro incrociati. «Hai tu il sacco?» domandò all’altro.

«Eccolo».

L’accolito gli aprì dinnanzi un sacco di cuoio nel quale c’erano decine di oggetti sacri. Croci, amuleti, mani di Fatima. Gettò dentro anche quella croce e si diresse verso chi stava attendendo al Fuoco Primordiale. «L’infuso di Shakot ha già dato il suo risultato. Quest’uomo è riuscito a vedere in visione che un giorno gli abitanti del mare torneranno numerosi e invaderanno la nostra terra. Che le fiamme crepitino e che Rasnashim lo accolga benevolmente: gli stiamo inviando il Visitatore dotato dell’occhio più potente». I sacerdoti cominciarono il rito e tre uomini, dalla pelle dipinta di rosso, si caricarono sulle spalle il prete per compiere la danza sacra attorno al fuoco. Da lì, dopo aver urlato e ringraziato il dio, lo avrebbero gettato nel cuore della pira.


[1] Pianta arborea dai piccoli fiori bianchi raggruppati in infiorescenze. Ha effetti allucinogeni.

[2] La Foresta di Pietra, a sud di Mu.

[3] A Zun-nash felicità eterna! In lingua Mu.

[4] Elfo, in Lingua Mu.

[5] Lo dobbiamo dar via. In lingua Mu.

[6] Sai come finiscono queste cose…

[7] Che bruci nel fuoco!

Saturday, August 05, 2006

As'n'Aj - Una lama nel buio

05-novembre-670

Il cielo era nero come l’acqua del mare su cui proiettava la sua ombra cupa in un abbraccio di oscurità. Le nuvole avevano coperto la flebile luce di piccole stelle lontane, ma questo non mi impediva di scorgere in lontananza il profilo di Ratiporan.

Avevo da poco affondato la mia imbarcazione. In quel punto la corrente l’avrebbe trascinata verso pega,[1] lontano dalle coste della grande isola. La gente era piuttosto diffidente riguardo a tutto ciò che proveniva dal Mare di Spès e non volevo certo creare panico fra quei villici. Mi aspettava una lunga nuotata, immerso in quell’acqua gelida, ma ero abbastanza vicino da riconoscere la baia di Nish.

Teoricamente arrivando da ola[2] avrei dovuto evitare spiacevoli incontri con quei maledetti Blashiri. Non sopportavo il popolo del mare e la cosa era reciproca.

Mi ci vollero quasi due ore per raggiungere la spiaggia. Non ricordavo che nuotare fosse così faticoso. Il mantello infagottato e legato stretto alla mia cintura non facilitava i miei movimenti in acqua, ma non me ne sarei separato per nulla al mondo. Infatti, al suo interno portavo tutto ciò di cui avevo bisogno: i miei coltelli. Il resto me lo sarei procurato facilmente in seguito.

Ero bagnato fradicio e avrei dovuto accendere un falò per asciugarmi ma non volevo attirare su di me l’attenzione come uno sprovveduto. Soprattutto non avevo tempo. Ci avrebbe pensato il vento a sostituire il fuoco: dovevo attraversare le terre desolate e raggiungere la foresta di Someron prima dell’alba.

Era mattina quando riuscii a vedere le cime dei primi alberi. Il cielo plumbeo mi aveva concesso un po’ di vantaggio. Erano passati quasi tre anni ma non era cambiato nulla. I due abeti gemelli ancora troneggiavano di fronte a Someron indicandomi la strada. Mi feci largo fra le sterpaglie e con somma gioia mi accorsi che il mio vecchio rifugio era rimasto inviolato. Spostai a fatica la grossa pietra che ostruiva la caverna ed entrai con passo sicuro. La mia prima impressione era fondata. Nessuno a parte me aveva messo piede lì dentro dall’ultima volta, eccetto qualche stupido roditore che si era mangiato buona parte della coperta su cui dormivo.

Hasht![3] Maledetti topi.”

Una lama sibilò nel buio, seguita da uno squittio stridulo. La colazione con contorno di piccola vendetta era assicurata. Dopo qualche minuto un tenue focherello crepitava all’interno della caverna, arrostendo il topo infilzato con un bastone. Consumai il pasto di fortuna e poi mi addormentai, mentre la fiamma pian piano moriva scemando in un filo di fumo.

Mi svegliai di soprassalto e senza rendermene conto avevo già un pugnale stretto nella mano destra. Era di nuovo notte ed ero nella mia vecchia tana.

Era ora di uscire e di far sapere a Jabanajd che ero tornato e pronto a rimettermi al lavoro. Mi diressi a tutta velocità verso la Grande Quercia, saettando fra gli alberi avvolto nel mio mantello come un fantasma nero, senza fare il minimo rumore.

Ben presto arrivai di fronte alla pianta che da centinaia di anni svettava maestosa al centro di Someron, dominando il paesaggio circostante. Con un gesto che ormai era diventato automatico, lanciai un coltello verso il tronco. La lama andò a conficcarsi al solito posto, a circa cinque metri di altezza, in compagnia di alcune dozzine di altre cicatrici provocate dallo stesso pugnale. Il tempo non era riuscito a cancellarle.

Adesso dovevo solo attendere, magari un po’ più del solito, visto che difficilmente Jabanajd[4] si sarebbe aspettata di vedere ancora la mia arma a Ratiporan.

Decisi di ingannare il tempo andando un po’ a caccia. Volevo procurarmi del cibo decente, magari anche della frutta, prima dell’alba. La mia vecchia caverna mi stava aspettando e non volevo che qualche elfo intraprendente si accorgesse della mia presenza. Almeno non ancora.

Passò una settimana dal mio ritorno a Ratiporan, durante la quale mi dedicai alla caccia e alla meditazione. Volevo respirare l’aria di casa a piccoli sorsi ed essere pronto a tornare in azione in piena forma. Mogorav non sarebbe stato felice alla notizia della mia ricomparsa, ma era ancora troppo presto perché lui lo sapesse. Avevo bisogno di lavorare per procurarmi armi migliori, buoni incantesimi e la collaborazione di qualche stupido liud[5] recalcitrante.

Era arrivato il momento di tornare alla Grande Quercia. Come sospettavo il pugnale era sparito. Non era facile stupire Jabanajd. Evidentemente non ci aveva messo molto a riprendersi dalla notizia del mio ritorno. Andai alla base della pianta e sollevai la solita pietra. Trovai un sacchetto con una decina di dane e il coltello, conficcato nel terreno, che trafiggeva una piccola pergamena. Rimisi l’arma nella fondina del mio mantello e lessi il messaggio:

Againar Datedor-nash.

Una città. La capitale per l’esattezza. E un nome. Non mi serviva altro.

La pergamena prese fuoco fra le mie mani; la lasciai cadere a terra, dove si consumò in pochi istanti. “Hasht! Tu e i tuoi trucchetti da megera” dissi sibilando fra i denti.

Adesso avevo un lavoro. Era giunto il momento di partire.

Era già notte quando arrivai alla capitale. Mi aggiravo fra i vicoli bui nei sobborghi della città, dove perfino le guardie avevano paura ad addentrarsi. Il tanfo era insopportabile e mi impediva la concentrazione. Quelle maledette strade erano tutte uguali ma avrei trovato comunque quello che cercavo. Finalmente, attirato più dalla confusione che dall’insegna sudicia e consunta, mi trovai di fronte alla mia bettola preferita. Aprii la porta e subito fui investito dall’odore di fumo, sudore e vomito: nonostante fossero passati tre anni, lì dentro il tempo pareva essersi fermato.

I quattro tavolacci di legno erano circondati da ubriachi e rozzi uomini che giocavano a carte, mentre al banco un paio di loschi figuri sorseggiava una bevanda di dubbio gusto. Nessuno si voltò verso la porta al mio ingresso, neppure l’oste che mi dava le spalle per asciugare i bicchieri con un lordo straccio di cotone.

“Non serviamo lishdi[6] qui dentro” disse il bettoliere guardando nello specchio di fronte a sè, “tantomeno i Grigi come te. Quindi vattene ché non voglio problemi nel mio locale.”

In un primo momento rimasi immobile, poi feci un passo avanti e mi chiusi la porta alle spalle. Uno dei due ceffi al banco si alzò dallo sgabello e si voltò verso di me.

“Sei sordo, Grigio? Vattene. Non sei gradito qui” e posato il bicchiere estrasse un coltello dalla cintura.

Io, prima che avesse il tempo di rendersene conto, gli lanciai il mio pugnale, che dopo averlo disarmato andò a conficcarsi sul bordo della mensola di fronte all’oste, sibilando a pochi centimetri dal suo orecchio.

“Lijn![7]” esclamò sorpreso girandosi. “E’ impossibile. Tu sei morto!”

“E’ così che si accolgono i vecchi amici?” dissi avvicinandomi al banco, “e poi lo sai che odio quando mi chiami così.”

“Ma tu dovresti essere morto” ripeté l’oste con voce tremante.

“Allora sono un fantasma, Don” dissi levandomi il cappuccio, “oppure uno che gli somiglia parecchio.”

“En! [8]Gran figlio di puttana!”

“Lui è En Nall[9]?” chiese l’uomo disarmato all’oste, che fece un cenno affermativo con la testa.“Sei En Nall allora” disse poi rivolgendosi a me, mentre raccoglieva da terra il suo pugnale, “l’En Nall sulla cui testa pendeva una taglia di 200.000 dane? Ora capisco perché Mogorav non ha mai riscosso quei soldi.”

Con un rapido gesto gli afferrai il polso della mano armata e gli puntai il suo stesso coltello alla gola. “Vuoi forse contribuire ad accrescere la cifra? Fossi in te dimenticherei di avermi visto!”

L’uomo lasciò cadere il pugnale e si rimise a sedere.

“Lascialo stare En. Dugs è innocuo. Non è vero Dugs?”

“Vai a farti fottere Don!” e detto questo, raccolse nuovamente il coltello e lasciò contrariato il locale seguito dal suo compare.

Mi sedetti sullo sgabello che prima occupava Dugs, mentre Don mi osservava con insistenza.

“A giudicare dal nuovo ricamo che porti in faccia, non sono tutte stronzate quelle che racconta Mogorav.”

“Non sono qui per lui” dissi rimettendomi il cappuccio, “devo consegnare un as’n’aj.[10]

“Ti sei rimesso subito in affari. Chi è il fortunato?”

“Datedor-nash”

“Non lo conosco.” Ma la sua voce tradiva la menzogna.

“Dove sei stato tutto questo tempo?” mi chiese provando a cambiare discorso.

“Ho giocato una partita con la signora dalla lunga falce, ma alla fine ho vinto io. Ora dimmi tutto quello che sai su questo tipo, altrimenti ti spedisco a far visita ai tuoi dei.”

“Cosa ti fa pensare che io sappia qualcosa?”

“Andiamo, Don. Ci conosciamo da una vita. Qual è il problema?”

L’oste gettò lo straccio su una mensola e si avvicinò per sussurrarmi qualcosa all’orecchio: “Datedor non è pericoloso, ma la sua tenuta è circondata da guardie ben addestrate. Fossi in te starei molto attento. Ha una villa vicino al centro, ma spesso si trasferisce ad Abaisar per tenere d’occhio l’allevamento di cavalli della famiglia. E ricordati che noi due non ci siamo mai visti.”

“Grazie Don, lo sapevo che su di te potevo contare” dissi gettando una moneta sul banco. Prima che terminasse di rotolare ero già fuori, immerso nella notte.

Mancavo ormai da troppo tempo dalla capitale. I manifesti col mio ritratto erano spariti. Evidentemente la storia della mia morte aveva preso piede, ma non abbastanza visto che Mogorav non era stato pagato per la mia testa. In fondo l’avevo ancora sopra il collo.

Più mi avvicinavo al centro e più aumentavano le guardie in giro per i vicoli. Mi accostai a un mendicante addormentato e ubriaco, a giudicare dall’odore che emanava. Mi inginocchiai, afferrai una moneta e la sventolai di fronte a lui, mentre con l’altra mano lo scuotevo per destarlo. Il pezzente aprì gli occhi, spalancandoli alla vista dell’oro fra le mie dita.

“Chi sei, cosa vuoi?” mi chiese con la voce impastata dal sonno e dall’alcool.

“Chi sono preferiresti non saperlo” dissi sottovoce, “quello che voglio io, è sapere dove si trova la dimora di Datedor-nash. Tu invece vuoi questa moneta. Che ne dici?”

“Sei un Grigio!” esclamò guardandomi. “Per una dana venderei mia madre.”

“Non mi interessa tua madre. Sto perdendo il mio tempo.” E feci per alzarmi, ma lui mi afferrò per il mantello.

“Prosegui dritto, poi gira a sinistra alla seconda casa. La tenuta è quella con lo stemma del falco sopra la porta.”

Mi alzai scrollandomelo di dosso, poi gettai a terra la moneta, osservando con disprezzo lo straccione che strisciava per raccoglierla. Quando si voltò non vide che la notte di fronte a .

Come sospettavo la casa era ben sorvegliata: due guardie all’ingresso e due di ronda. Era arrivato il momento di provare l’incantesimo di invisibilità che mi aveva insegnato la vecchia Jabanshalla. Se non avesse funzionato avrei potuto sempre sopraffare le guardie. Per quanto ben addestrate non avrebbero avuto speranze coi miei pugnali.

Alzai la mano destra verso il cielo e concentrandomi pronunciai la formula.

Cercando di non fare rumore mi avvicinai alla porta senza che le guardie muovessero un dito. I lunghi mesi di addestramento speciale stavano dando i loro frutti. Presi il grimaldello e in pochi attimi ebbi ragione della serratura. Poi afferrai un sasso e lo lanciai verso il vicolo. Il rumore distrasse le guardie, lasciandomi il tempo di introdurmi nella magione avvolta dall’oscurità. All’apparenza era deserta, ma dovevo muovermi con cautela. L’incantesimo aveva una durata piuttosto limitata e non ero ancora in grado di ripeterlo senza un ragionevole periodo di riposo.

La camera da letto si trovava al piano superiore. La raggiunsi rapidamente, affidandomi a tutta la mia abilità furtiva per non essere sentito. Afferrai un paio di pugnali e mi introdussi nella stanza con passo felino. L’adrenalina scorreva a fiumi nelle mie vene, mentre il battito del mio cuore di ghiaccio rimaneva calmo come uno stagno.

Dovevo essere rapido e preciso, come ai vecchi tempi. Con un movimento fulmineo balzai in piedi, pugnali alla mano: il letto era deserto.

Un veloce giro delle stanze mi dette la conferma che il mio uomo non era in casa. Probabilmente sarei dovuto andarlo a cercare fino ad Abaisar nella regione di Endimion.

Hasht! Perché allora tutte quelle sentinelle? Forse si aspetta un agguato. Se è così dovrò stare doppiamente in guardia.”

Dovevo andarmene. La situazione si stava facendo pericolosa, ma non volevo che questa spedizione restasse infruttuosa: sopra un armadio trovai un cofanetto chiuso.

Ci misi un attimo a violarlo. Al suo interno trovai molte dane, qualche anello, alcune pietre. Un bel premio di consolazione.

“Lo considero un anticipo.” Pensai facendomi scivolare tutto il contenuto all’interno di una tasca del mantello. Rimisi a posto il cofanetto e poi come un gatto scivolai fuori da una finestra, allontanandomi inghiottito dalla notte. Mi aspettava un lungo viaggio. Avrei dovuto attraversare l’altopiano di Nar e non avevo un minuto da perdere. Jabanajd non avrebbe tollerato un eccessivo ritardo.

Era notte, una notte senza luna e senza stelle. Il buio mi faceva compagnia mentre osservavo da lontano la tenuta di Datedor. Il viaggio era durato due giorni. Ero stato fortunato ad aver incontrato quel contadino ed essere riuscito a convincerlo a prestarmi il cavallo. Una vittima non prevista ma non avevo altra scelta. Quel dannato liud aveva cercato di reagire e inaspettatamente si era dimostrato un osso duro, ma a me serviva il suo cavallo. Alla fine non ero riuscito comunque ad avere un buon mezzo di trasporto. La bestia giaceva morta da qualche parte in un campo a metà strada fra l’altopiano e l’allevamento. Non aveva retto alla fatica, al freddo e forse al fatto che avrei dovuto fermarmi per consentirgli di bere o mangiare, ma non potevo perdere tempo per quello stupido animale. Al ritorno me ne sarei fatto regalare un altro dal mio amico Datedor, tanto lui non avrebbe più cavalcato.

Una robusta palizzata circondava la tenuta. Di fronte a me si trovava l’abitazione, mentre sul retro una grande stalla e un enorme recinto facevano da dimora a un gran numero di equini e almeno un paio di cani. Alcune guardie erano di ronda intorno alla proprietà, mentre due stavano di pattuglia in cima al viale d’ingresso e due alla porta. Ne avevo contate dodici in tutto. Un po’ troppe anche per un ricco allevatore. Non sapevo cosa aveva fatto e a chi. Francamente la cosa non mi interessava. Qualcuno aveva commissionato un as’n’aj a Jabanajd e lei aveva incaricato me di portare a termine la consegna. Tutto il resto non era affar mio. Quello che sapevo era che questa volta non avrei potuto usare l’incantesimo di invisibilità a causa del fiuto di quei maledetti cani.

As’n’aj significava lama nel buio e lama nel buio voleva dire che non potevo fare altre vittime. Il compito si dimostrava particolarmente arduo. Jabanajd era fortunata ad avere di nuovo me al suo servizio perché solo io avrei potuto portare a termine la missione.

Era arrivato il momento di entrare in azione.

Feci il giro della tenuta tenendomi sottovento rispetto ai cani. Una grossa roccia mi offriva il riparo necessario a fare ciò che dovevo con la giusta copertura. Avevo con me un’ampolla d’olio da lampade. Tolsi il tappo e infilai all’interno una striscia di tessuto. In breve questa assorbì parte dell’olio. Dovevo fare presto. Da quel nascondiglio non si sarebbero accorti della mia presenza ma non potevo tenere una luce vicino a me ancora a lungo. Sfregai fra loro le lame di due pugnali provocando alcune scintille. Il tessuto prese fuoco e con un rapido gesto lanciai l’ampolla verso il tetto del maneggio. Prima ancora che atterrasse, mi portai dietro un cespuglio nei pressi della finestra della magione. Sapevo che le guardie al portone non si sarebbero mosse per alcun motivo. L’incendio, nonostante il freddo e l’umidità, divampò violento e si diffuse rapidamente, aiutato dalla paglia. Come previsto tutte le guardie a cavallo e il personale si diressero verso il fuoco. Ci misero un po’ a organnizzarsi per domare le fiamme, tempo più che sufficiente per forzare la finestra e introdurmi all’interno della villa.

Ero nell’atrio, nascosto nel buio di un angolo, quando un uomo scese trafelato dalle scale, tenendo in braccio una bambina e seguito da una donna. L’abbigliamento da notte indicava che avevano udito la confusione e svegliatisi stavano correndo per andare a verificare l’accaduto. Ignari della mia presenza si affacciarono a una delle finestre che davano sul retro per osservare le fiamme. La bambina tremava come una foglia e si stringeva forte al padre.

“DATEDOR-NASH!” gridai.

L’uomo sobbalzò colto alla sprovvista, poi si voltò seguito dalla donna.

“Ch.. ch.. chi sei tu, in nome di Rasnashim disse l’uomo, cercando di scrutare il mio volto nascosto dal nero cappuccio.

“Sei stato condannato all’as’n’aj da Jabanajd. Morirai per mano di En Nall” dissi con voce tagliente che non tradiva emozione. Erano anni che non pronunciavo più quella formula. Le parole mi diedero una carica inaspettata. Dei rumori alla porta indicarono che le guardie avevano sentito e stavano per irrompere in casa.

L’uomo si separò a fatica dalla bimba, che aveva cominciato a piangere.

“Che significa questo?” chiese la donna rivolta al marito.

“Allontanati Sima. Prendi Tedora e vattene.”

Vart![11] singhiozzò la bambina tendendo le braccia verso di lui.

“VATTENE!” urlò nuovamente Datedor-nash. In quel momento entrarono le guardie, trovandosi davanti quella scena straziante. Senza indugio estrassero le spade, ma l’uomo li fermò con un gesto della mano. Poi si rivolse a me. Ormai troppe volte i miei occhi avevano veduto quanto stava succedendo: “So chi sei” mi disse, “e so che lo fai per denaro. Dimmi la cifra e io ti offrirò dieci volte di più, ma abbi pietà per la mia vita. Ho una figlia, una moglie. Che ne sarà di loro senza di me?”

Patetico, assolutamente patetico. Gli occhi gonfi di lacrime della bimba mi osservavano da lontano, posandosi prima su di me, poi sul padre.

La lama saettò nel buio, colpendo l’uomo in pieno petto.

“Mi dispiace” dissi. Ma non era vero. Il mio cuore di ghiaccio non si era sciolto.

Che Rasnashim abbia per te la pietà che io non ho avuto.

Le guardie si gettarono su di me, ma ebbi la prontezza di pronunciare l’incantesimo. In un istante svanii di fronte ai loro occhi. Mentre le sentinelle si guardavano intorno basite e moglie e figlia correvano verso il corpo ormai senza vita del loro uomo, io passai per la porta aperta imboccando il viale.

Mi trovavo di fronte alla Grande Quercia. Spostai la pietra alla base della pianta, trovando un sacchetto contente un considerevole numero di dane: la mia ricompensa. Vicino, un pugnale che trafiggeva un’altra pergamena.

Un nome, una città. Non mi serviva altro.

FINE


[1] Nord

[2] Est

[3] Tipica esclamazione di rabbia in lingua elfica.

[4] Madre Notte. In lingua elfica.

[5] Umano. In lingua elfica.

[6] Elfi. In lingua Mu.

[7] Falco. In lingua Mu.

[8] Falco. In lingua elfica.

[9] Falco Predatore.

[10] Lama nel buio. In lingua elfica.

[11] Padre. In lingua Mu.